venerdì 31 gennaio 2014

Per amor di polemica

Mi rendo conto che è un bene che io non abbia il tempo di usare Twitter, perché altrimenti diventerei un flagello.

A me piace molto discutere, non nel senso di litigare ma nel senso di dibattere con altre persone che non la pensano come me, e possibilmente far loro cambiare idea dato che quasi sempre sono certissima di aver ragione. Il punto è che sono così convinta di aver ragione, e mi sembra così assurdo che il mio interlocutore non si renda conto all'istante di avere torto, che mi accaloro, mi deconcentro e non riesco più a sostenere la mia idea; quindi la discussione finisce con entrambe le parti ancora fermissime sulle posizioni di partenza, e in più abbastanza alterate.

Ciò posto, Twitter mi è congeniale perché:
1) Twitter mi costringe a contenere le mie repliche in 140 caratteri al massimo, evitando di diventare verbosa e di divagare
2) scrivere un tweet mi dà tempo di valutare la mia risposta, capire se sto agendo presa dalla foga del discorso e/o dall'emozione ed eventualmente correggere il tiro
3) dato che sono sul web, ho modo di fare fact-checking e argomentare meglio le mie risposte 

Ma soprattutto, Twitter mi permette di interagire con personaggi per me altrimenti inavvicinabili. Tipo i politici e i giornalisti, due categorie verso cui sono continuamente in polemica.

L'altra sera, per dire, ho avuto una discussione alquanto serrata con Antonella Rampino, giornalista de La Stampa, a proposito della faccenda Imu-Bankitalia e del dibattito alla Camera concluso dalla ormai famigerata "tagliola". Ecco il nostro botta-e-risposta: come vedete, l'ultima parola è stata la mia; mi lusingo di pensare che la giornalista si sia trovata spiazzata dalla mia replica e a quel punto abbia preferito filarsela all'inglese.

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