martedì 18 novembre 2014

Colpirne uno per educarne cento

Torno a casa dal lavoro. Sui gradini del portone di fronte, tre ragazzini stanno animatamente discutendo dell'esistenza di Babbo Natale.
Li saluto. Mi salutano. Mentre recupero le chiavi dalla borsa, il ragazzino più grande mi interpella: "Signora, tu ci credi a Babbo Natale?" "Ma certo" rispondo senza la minima esitazione, anzi mostrandomi vagamente indignata dalla domanda.

L'ho visto abbastanza destabilizzato.

martedì 11 novembre 2014

Vestizioni

Poiché ciò a cui siamo esposti durante l'infanzia (e la prima giovinezza, ovvìa) ci plasma per la vita, sono caduta in pieno nella sindrome da ottimismo idiota, anche nota come sindrome di Pollyanna, e dunque invece di lamentarmi per la caduta di qualche giorno fa, come pure sarei legittimata a fare, e magari prendermi qualche giorno di pausa dal lavoro, non faccio che dirmi come sono stata fortunata a non fracassarmi cranio e/o osso sacro e/o occhiali, e invece ad avere soltanto il polso come un salsicciotto e il sedere come un vestito di Arlecchino.

I danni provocati da certi film della Disney saranno sempre sottostimati.

Tra i lati positivi che mi ostino a vedere nell'incidente, oltre alle raddoppiate coccole della mia famiglia (a turno si sono tutti offerti volontari per venirmi a prendere e portarmi praticamente in braccio al lavoro), c'è anche il gustoso siparietto che avviene ogni mattina quando l'amore mio deve aiutarmi a vestirmi, perché almeno per il momento ci sono cose che non riesco a fare con una sola mano a disposizione.

Mentre operazioni tipo agganciare il reggiseno o infilare i collant hanno richiesto applicazione e contorcimenti vari e generato viva ilarità, più liscia è andata con l'indossaggio maglietta. Tanto che mi sono complimentata con l'amore mio per l'abilità e l'ingegnoso metodo adottato.

"Me l'ha insegnato uno che veste i cadaveri", mi ha risposto.

sabato 8 novembre 2014

Outlet

Trovandoci a passare da quelle parti, qualche giorno fa io e l'amore mio ci siamo fermati a Casette d'Ete.

Per chi non lo sapesse, come non lo sapevo io fino a pochi mesi or sono (pensavo si chiamassero Casette Dete, poi appena l'ho googlato sono comparse millemila occorrenze: ragazzi, il posto è famoso), si tratta del luogo - tra il mistico e il mitologico nelle parole di chi c'è stato e torna indietro a raccontarlo - ove sono collocati gli spacci aziendali Hogan, Tod's e Fay, nonché un negozio Prada che si è spudoratamente piazzato proprio di fronte, e Della Valle gli ha pure fatto causa per concorrenza sleale, ma l'ha persa, sicché adesso di fronte agli spacci aziendali Hogan etc. c'è un intero centro commerciale.

Sugosi pettegolezzi a parte, 'sti spacci Hogan etc. vengono magnificati coram populo per l'eccezionalità degli sconti e degli affaroni che vi si possono fare, sicché non potevo esimermi dall'andare a verificare di persona (e possibilmente comprare pure qualcosina; del resto il Natale è ormai prossimo e io sono vergognosamente indietro nel mio planning regalifero).

La delusione.

Che dirvi: sarà che se una borsa costa 1.000 euro, metterla a 700 sarà pure lo sconto del 30% ma comunque io 700 euro per una borsa non li spenderei anche potendo permettermelo. Sarà che l'America mi ha rovinato e se lo sconto non è almeno del 60% io proprio non vi considero. Sarà che i negozi che sembrano un incrocio tra una gioielleria e la cattedrale di Westminster, con il commesso piazzato sulla porta (e meglio vestito di me) che mi prega di prendere il numerino per entrare (!) e di lasciare la mia innocuissima bustina di Champion alla cassa, e dove non osi nemmeno sfiorare la merce in esposizione per paura di comprometterne il perfetto allineamento sullo scaffale, mi danno fastidio fisico.

(E badate che, a NY come a Londra, siamo entrati in negozi Burberry, Marc Jacobs, McQueen e simili e siamo sempre stati accolti da commessi più che affabili e ansiosi di metterci a nostro agio. Come è giusto che sia.)

Sarà tutto questo. Ma credetemi, perché per me scarpe borse e soprabiti sono una droga, quindi in teoria lo spaccio Hogan etc. avrebbe dovuto essere il mio Nirvana: non c'era NIENTE che valesse la pena di fare una pazzia.

Borse belle, eh, per amor del cielo, ma che non valevano quei prezzi. Idem si dica per i cappotti (me lo puoi far pagare sopra i 700 euro se è puro cachemire che ancora bela, non se è un mistofibra). Le scarpe poi erano volgari, non c'è altra parola per definirle, e con la tomaia incollata alla suola (e finta cucitura sopra, ma si può?).

Fatto un giro, e constatata la pochezza del tutto, io e l'amore mio abbiamo quindi provveduto a ripercorrere l'intero spaccio con aria di estrema superiorità, commentando ad alta voce quanto fossero brutte le cose esposte e quanto poco valessero in effetti.

E se il commesso benvestito sulla porta si è offeso in nome di Della Valle, problemi suoi.

giovedì 6 novembre 2014

La caduta (tanto per fare una citazione cinefila)

Grazie al combinato disposto di stivali fashion dalla suola liscia e marciapiede bagnato, oggi venendo in ufficio sono scivolata e caduta per la strada come un sacco di patate. Niente, un momento stavo camminando pensando ai fatti miei, e subito dopo mi sono ritrovata seduta per terra con la mano sinistra dolorosamente piegata al mio fianco.
Proprio oggi che mi ero messa la gonna. Ah, Murphy.

Per fortuna un gentile passante mi ha aiutato a rialzarmi, perché da sola non ce l'avrei fatta. Non che - meno male - io abbia riportato chissà quali danni; credo di essermi contusa il polso (non slogato, riesco a muoverlo anche se a fatica) e la chiappa sinistra a quest'ora è probabilmente diventata blu (essendo più che imbottita mi ha preservato, però, da guai maggiori), ma incredibile dictu non mi sono nemmeno sfilata le calze. Congiunture favorevoli della sfiga.

Quello che mi preoccupa, perché lo interpreto come ennesimo segno dell'età ormai avanzata, è lo stato di assoluta confusione in cui il mio cervello è sprofondato a seguito della caduta, e che -  senza l'intervento del gentile passante di cui sopra - mi stava addirittura impedendo di rialzarmi da terra. Perché non è che non sia mai scivolata prima, anzi dato il mio connaturato senso dell'equilibrio l'eventualità più rara è che io rimanga in piedi (come questo si sposi con il mio amore per le passeggiate in montagna ve lo lascio immaginare), ma di solito - viste, appunto, l'abitudine e la lunga pratica - mi rialzo senza quasi batter ciglio.

Stavolta, invece, sono rimasta in stato confusionale per parecchi minuti - niente di grave, eh, intendiamoci: sono riuscita comunque con relativo agio a riprendere il cammino, arrivare in stazione e salire sul treno - e quando la scarica di adrenalina si è esaurita ho cominciato a sudare copiosamente. Adesso, polso dolente e probabile lividaccio sul treno inferiore a parte, è passato tutto; ma non posso fare a meno di chiedermi se, d'ora in poi, non farei meglio a portarmi al seguito un bastone (di rinunciare agli stivali fashion dalla suola liscia, ovviamente, non se ne potrebbe parlar di meno).